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La storia del Centro

 

Il Centro di ricerche storiche di Rovigno (CRS) è l’unica istituzione della Comunità nazionale italiana (CNI) che, pur essendo stata creata dall’Unione degli Italiani come altre, si pregia con orgoglio d’essere l’unica a portare nell’intestazione il suo nome. Questa peculiarità ha una motivazione essenziale. Quella di essere stato creato allo scopo di essere al servizio dell’Unione e con essa dell’intera comunità nazionale per la realizzazione di un impegno di primaria importanza nel campo storiografico, rivolto a riscattare l’etnia dal buio di un passato trascorso, spesso travisato, scientemente falsato, all’insegna di strumentalizzazioni, di condizionamenti e di mancanza di soggettività.

            La stessa nascita del Centro rovignese non fu altro che una scelta obbligata della comunità italiana, rivolta ad avviare un processo di chiarificazione e di revisione storica nell’intera regione, come lo testimoniano le numerose opere pubblicate, la loro qualità riconosciuta nel mondo scientifico, le contestazioni e le polemiche che valsero, da una parte ad accrescere le sue quotazioni e dall’altra a condizionare l’istituzione stessa, messa a dura prova da ogni sorta di sanzioni restrittive dei regimi in cui dovette operare.
L’idea di creare il Centro nacque durante l’ampio dibattito, svoltosi a Fiume il 12 novembre 1968, in seno al Comitato allargato dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF) riunitosi per programmare le celebrazioni del 25-esimo anniversario della fondazione dell’Unione medesima, che si svolsero ad Umago il 25 maggio 1969. In quell’occasione si decise di dar vita ad una Sezione storica dell’UIIF, con il compito di raccogliere attorno a sé un numero quanto maggiore di collaboratori qualificati e di appassionati cultori della nostra storia, per dare inizio ad un ampio lavoro di ricerca rivolto a  “sfatare – come ebbe a sottolineare allora il presidente Antonio Borme - l’inadeguata obiettività della trattazione di tutta una serie di questioni storiche riguardanti l’Istria”.

Da Sezione a Centro di ricerche storiche

            Il compito di dare il via all’operazione fu affidato ad un gruppo di esponenti di primo piano dell’Unione che fino allora si erano occupati di affrontare in via personale e saltuariamente la problematica, scrivendo articoli, saggi e anche qualche opera di largo respiro, come Fratelli nel sangue, uscita nel 1964, dopo lunghe traversie, per i tipi dell’EDIT, per la realizzazione della quale fu impegnata almeno una trentina tra autori e collaboratori. Diversi di questi esponenti - Luciano Giuricin (responsabile del gruppo), Aldo Bressan, Lorenzo Vidotto, Arialdo Demartini, Giovanni Radossi, Riccardo Giacuzzo, Antonio Pauletich, Claudio Radin e Anita Forlani, parteciparono alla prima riunione della Sezione storica, tenutasi il 12 febbraio 1969 presso il Museo Civico di Rovigno, che divenne la prima - anche se provvisoria - sede del Centro. In quest’occasione, oltre all’approvazione del programma iniziale di attività, fu deciso di trasformare la Sezione in una vera e propria istituzione denominata Centro di ricerche storiche dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume. Il nuovo sodalizio, strutturato al primo inizio in quattro specifiche sezioni - Storia regionale generale, Etnografia e folclore, Movimento operaio e antifascista e Resistenza - si avvalse esclusivamente di collaboratori esterni; presidente del Consiglio direttivo del Centro fu nominato Luciano Giuricin.
Alla seconda seduta della nuova Istituzione, che ebbe luogo il 18 aprile, sempre nella sede del Museo rovignese, dopo l’approvazione dettagliata del programma d’attività del Centro e delle rispettive sezioni, che prevedeva, tra l’altro, le prime ricerche su Giuseppina Martinuzzi nel 125-esimo della nascita, sull’UIIF nel 25-esimo della sua fondazione e l’organizzazione di una Mostra itinerante sulla partecipazione degli Italiani alla Lotta popolare di liberazione (LPL), fu deciso di dar vita alle prime collane di pubblicazioni: Quaderni storici e Atti del Museo civico, nonché di instaurare la prima collaborazione in questo campo con l’Università popolare di Trieste (UPT). A questo fine, il 15 novembre 1969 si svolse a Rovigno la riunione del Comitato misto di redazione del Centro e dell’UPT, nella quale furono fissati i contenuti del primo numero degli ATTI, come pure i programmi futuri di attività dei due enti, finalizzando il raggio di azione degli aiuti provenienti dall’Italia in un campo di attività mai prima espletato, quello storiografico appunto. Quasi contemporaneamente (26 dicembre 1969) la Presidenza dell’Unione degli Italiani, approvato il programma del Centro, nominò direttore dello stesso il prof. Giovanni Radossi, che prese subito in mano le redini della nuova istituzione guidandola valentemente nelle prime difficili, quanto turbolenti e esaltanti esperienze.
Da allora l’attività del Centro si svolse in un crescendo continuo, con un incomparabile slancio sostenuto dall’entusiasmo e dall’abnegazione dei principali protagonisti di quest’avventura, che pur alle prime armi, riuscirono a superare ogni sorta di ostacoli oggettivi, ma anche faziosi da parte di non pochi gruppi e persone ai quali non andava a genio questo risveglio della “minoranza” in un campo come quello storiografico, allora completamente soggetto della politica.
Primi ad operare furono i collaboratori degli Atti, sia del Centro quali Giovanni Radossi con le sue ricerche sullo statuto medioevale di Dignano, Antonio Pauletich, Domenico Cernecca ed altri, sia dell’UPT con l’ingaggio di valenti storici, docenti universitari di spicco, quali Giulio Cervani, Iginio Moncalvo, Arduino Agnelli (membri del Comitato misto di redazione), ai quali si aggiungeranno in seguito Elio Apih, Luciano Lago, per ricordare solo i nomi più significativi. Alla nascita del Centro, la situazione degli studi storici sull’Istria, più che deprimente, poteva dirsi inesistente. Infatti, gli studiosi italiani in pratica li avevano quasi cancellati dal proprio ambito di interesse, mentre se ne occupavano a modo loro quegli jugoslavi, croati e sloveni in particolare, i quali videro nel Centro rovignese un polo concorrente che sorprese un po’ tutti, ma spaventò in particolare i cultori della storia ad una dimensione (nazionale).

Il primo varo con gli ATTI

            Il lavoro preparatorio, iniziato alla fine degli anni Sessanta, verrà completato nel 1970 con l’elaborazione e l’approvazione dello Statuto dell’Ente (pubblicato in appendice nel primo volume degli Atti), ma soprattutto con l’avvio di numerose azioni e iniziative, tra cui quella relativa alla raccolta di documenti, di dati, di fotografie, di articoli, di saggi, di manoscritti, di testimonianze, di libri, di riviste e di giornali inerenti alla storia del gruppo nazionale e della regione in genere. Di particolare importanza furono le iniziative promosse in conformità al programma di lavoro dell’Istituto, la maggior parte delle quali troverà attuazione nel corso del 1971, anno spartiacque e fondamentale nell’evoluzione del Centro di ricerche storiche rovignese.
La prima e più importante realizzazione fu senza dubbio la presentazione del primo volume degli Atti (realizzati con il pieno sostegno non solo finanziario dell’UPT e stampati a Trieste), con la significativa cerimonia svoltasi il 21 febbraio 1971, a Dignano, alla presenza di eminenti personalità della Repubblica di Croazia, della regione istro-quarnerina, di Trieste e del Console Generale d’Italia a Capodistria. La celebrazione valse a mettere in mostra ufficialmente il Centro, e con esso la nuova branca di attività promossa dall’Unione. La manifestazione raggiunse il suo apice, poi, nella vicina Barbana con lo scoprimento della lapide commemorativa bilingue al canonico erudito Pietro Stancovich nel bicentenario della nascita, presente anche nelle pagine degli Atti, con l’avvio della ristampa della Biografia degli uomini distinti dell’Istria.
Altri importanti contributi dell’Istituzione rovignese in questo periodo si riferiscono all’apporto dato quale coorganizzatrice dei convegni storici di Rabaz, il 2-3 maggio 1971, e di Fiume il 19 novembre dello stesso anno, imperniati sulle celebrazioni del cinquantesimo anniversario della Repubblica di Albona e della fondazione del Partito comunista di Fiume-Sezione della III Internazionale, ai quali parteciparono con proprie relazioni e interventi diversi collaboratori del Centro, nonché numerosi storici provenienti dall’Italia. Legate a questi eventi furono pure le rievocazioni promosse e organizzate dal CRS di tre tragiche figure di giovani antifascisti (italiani) - Pietro Ive di Rovigno, Francesco Papo di Buie e Luigi Scalier di Pola trucidati dai fascisti nel 1921, con lo scoprimento delle lapidi ricordo in loro onore.
Dopo gli Atti, il 9 settembre 1971, fu presentato a Pola anche il primo numero della nuova collana Monografie (realizzato del tutto in modo autonomo dal CRS, stampato a Pola), dal titolo Mancano all’appello di Arialdo Demartini, uno dei comandanti del battaglione italiano “Pino Budicin”, nel quale descrisse con grande passione e trasporto i momenti più difficili e gli episodi più salienti di cui furono protagonisti i combattenti italiani impegnati nella Resistenza. Il 1971 non poteva concludersi meglio che con la presentazione di un’altra tra le più prestigiose edizioni del Centro, cioè del primo numero dei Quaderni (anch’essi stampati completamente in proprio dal CRS, a Pola), che raccolse i saggi dei collaboratori impegnati nei citati convegni storici di Rabaz e di Fiume, unitamente a numerose altre rievocazioni dei più importanti avvenimenti di cui era stato protagonista di primo piano il movimento operaio della regione nell’immediato primo dopoguerra.

Presi di mira dal nazionalismo

            L’importante presa di posizione assunta nel corso dei primi convegni storici e ribadita poi nelle pagine dei Quaderni, non fu una scelta occasionale, bensì una decisione ponderata rivolta a rivalutare le genuine peculiarità operaie, antifasciste e resistenziali della popolazione istriana, nelle quali ebbe modo di distinguersi sempre e primeggiare anche numericamente la componente italiana. Tali principi venivano in gran parte travisati e volutamente falsati dalla storiografia ufficiale jugoslava, privilegiando l’aspetto nazionale a scapito di quello internazionalista. In realtà l’azione intrapresa dal Centro a tale riguardo si dimostrò di essere l’unica arma in grado di poter affrontare e combattere con efficacia il nazionalismo dilagante, che prese piede allora proprio in Croazia con il pieno sostegno delle strutture dello Stato e del partito unico e la complicità dei mass media.
In Istria e a Fiume il nazionalismo assunse in quelle circostanze aspetti del tutto particolari, in quanto i suoi principali bersagli divennero il gruppo nazionale italiano e le sue istituzioni: l’Unione in primo luogo, ma in particolare il Centro di ricerche storiche di Rovigno che, grazie soprattutto alla collaborazione UIIF-UPT in atto, si affermava ed espandeva in ogni luogo, mettendo in crisi per la prima volta il monopolio storico in auge ormai da anni.
I fautori del nazionalismo croato, infatti, dopo aver decretato la fine del dibattito costituzionale e statutario regionale e locale, portato avanti sino allora con tanto entusiasmo e tante speranze in primo luogo dalla comunità italiana, prese di mira il Centro rovignese, che fin dalla sua nascita si era rivelato un nuovo punto di forza e di disturbo con il quale era indispensabile fare i conti.
L’occasione propizia si presentò proprio in seguito allo scoprimento della targa commemorativa in onore di Pietro Stancovich, cerimonia definita dal quotidiano Glas Istre alla stregua di una “provocazione”. Seguì poi un’aspra polemica sullo stesso giornale, che impegnò anche il direttore del Centro (edizioni del 4 e 17 marzo, 19 e 21 aprile, 2 e 19 maggio 1971), intrecciatasi con quella non meno accesa della rivista fiumana Dometi e de La Voce del Popolo, relative ai principi sanciti dall’Unione degli Italiani, tracciati in particolare nella storica Assemblea di Parenzo del 23 maggio 1971 (pubblicati dal CRS nei Documenti I,  nel 1972).
L’intolleranza nazionalista non si manifestò solamente nelle questioni riguardanti i diritti minoritari, il bilinguismo, la soggettività politica e sociale fermamente richieste allora dall’Unione, assieme agli aiuti indispensabili della Nazione madre, bensì venne a galla persino nei convegni storici del 1971. Il simposio di Rabaz, ad esempio, incominciò con l’assurda affermazione del relatore ufficiale secondo cui la “Repubblica di Albona” non sarebbe stata altro che un “moto nazionale dei minatori croati contro lo Stato occupatore italiano”: la relazione presentata da Giacomo Scotti e Luciano Giuricin (Quaderni I, CRS, 1971), confermò invece gli stretti legami avuti dalle miniere albonesi nel marzo 1921 con l’occupazione degli stabilimenti industriali e minerari occorsi allora in tutta la penisola italiana. Durante il convegno, dopo questa relazione e gli interventi di diversi storici italiani, si sviluppò un’accesa polemica, che contribuì ad avviare un processo di verifica e di chiarificazione, attribuendo così il reale ruolo storico a quel particolare avvenimento istriano.
Al convegno sul “Partito comunista di Fiume” operante dal 1921 al 1924, organizzato dal Centro in collaborazione con la Comunità degli Italiani fiumana, si verificò addirittura un dissenso da parte del Comitato cittadino della Lega dei comunisti di Fiume, che volle intervenire all’ultimo momento con una propria relazione per non apparire estraneo alla rievocazione del 50-esimo anniversario dell’evento; si percepì palesemente che si trattava di unbuco nell’acqua, perché, di fronte ai fin troppi documenti prodotti (resi pubblici poi nel I volume dei Quaderni e, in seguito, nella collana Acta historica nova) ed esposti nella mostra allestita per l’occasione, non poteva reggere anche la più eloquente congettura volta a misconoscere il ruolo internazionalista di questo partito.

 La prima sede del Centro

            Questi furono solamente i primi gravi inconvenienti, che purtroppo continueranno a persistere anche negli anni a venire.
Il Centro però non si dette per vinto, continuando per la sua strada nonostante tutte le intimidazioni e gli ostacoli frapposti, primo tra tutti quello relativo agli scarsi finanziamenti. Allora si doveva operare tutto con le proprie forze, sfruttando il volontariato e lo spirito di sacrificio dei primi appassionati collaboratori.
Nel maggio 1972, visto che l’ospitalità provvisoria presso il Museo civico rovignese non poteva più reggere di fronte alla multiforme attività del Centro cresciuta a dismisura (disponeva già di una segretaria – Nadia Malusà), fu deciso, senza autorizzazione alcuna, di “occupare” alcuni vani vuoti della Casa di cultura di Rovigno appena restaurata (al nro 3 di Piazza Matteotti), dirimpetto all’attuale sede; si trattava, in effetti, di due anguste stanzette, le quali, nonostante tutto, contestazioni comprese per il modo come si era arrivati a questa soluzione, misero in condizioni il Centro di poter operare con maggiore autonomia. La nuova sede fu sistemata alla bene meglio con alcuni suppellettili di fortuna e, poi, con le prime attrezzature (scaffali, scrivanie, ecc.) fornite dall’UPT nel corso del 1973, dove poterono essere sistemati i 3.000 libri della biblioteca, le riviste, i giornali e i primi documenti raccolti nel frattempo, che fino allora erano stati accatastati in alcuni ripostigli del Museo.
In quell’anno, oltre al secondo volume degli Atti e al nuovo numero delle Monografie, dedicato al battaglione triestino d’assalto, fu la volta dell’uscita del primo volume della nuova collana del Centro Documenti, espressamente preparato per onorare la storica XIV Assemblea dell’UIIF svoltasi a Parenzo, contestata proprio allora dalle autorità politiche a causa dei suoi “temerari” orientamenti.
Infatti, una delle più gravi accuse mosse in quel periodo all’Unione degli Italiani da parte della leadership politica regionale e croata in genere, sarà lanciata, di lì a poco, durante la nota alzata di scudi promossa dalla Lega dei comunisti in tutta la regione, in occasione della pubblicazione del Foglio d’informazioni dell’UIIF, inviato a tutte le direzioni politiche e amministrative delle Repubbliche di Croazia e di Slovenia. La reazione si verificò innanzitutto per il fatto che il noto “bollettino” dell’Unione aveva osato denunciare l’arretramento, registrato specie in Croazia, sugli emendamenti costituzionali e statutari, accordati precedentemente, e relativi ai diritti delle minoranze in genere e a quella italiana in particolare. In  questa operazione si era distinto il Centro di ricerche storiche, al quale era stato affidato il compito della compilazione e della stampa di detto notiziario informativo, realizzato dai suoi due massimi esponenti Luciano Giuricin, responsabile della redazione e Giovanni Radossi incaricato della stampa.

Sfatato il “tabù” dell’esodo

            Il Centro riuscì a resistere a tutte queste sopraffazioni, compreso il colpo di grazia inferto nel settembre 1974 con la destituzione del presidente dell’UIIF Antonio Borme (per inciso diremo che la stessa sorte era stata riservata all’intera redazione del Foglio d’informazione, misura poi inspiegabilmente rientrata), buttandosi a capofitto nell’attività, che fruttò numerose ulteriori iniziative nel campo promozionale e editoriale.
Un’importante svolta fu attuata con l’approvazione del nuovo Statuto, adeguato alla norme costituzionali emanate nel 1974 e l’insediamento del nuovo Consiglio direttivo del Centro, avvenuto il 3 marzo 1975, nel quale furono nominati alcuni nuovi membri al posto di coloro che si erano eclissati, forse anche per non entrare in conflitto con le autorità politiche. Nel frattempo furono pubblicate alcune importanti opere, quali, ad esempio, La mia vita per un’idea di Andrea Benussi (Monografie III), che può essere considerata una vera e propria sfida per quei tempi (dicembre 1973), in quanto veniva trattato per la prima volta il problema dell’esodo e le ragioni che lo causarono, mettendo anche sotto accusa il fallimento della cooperative agricole in Istria. Il libro in seguito fu tradotto anche in lingua croata, come fu pure il caso dell’opera Mancano all’appello, alla quale fu assegnato il premio “Mijo Mirković”, con la proposta avanzata di trasformarlo in un film parlato in italiano. Degne di menzione sono pure la nascita della nuova Sezione fotocinedocumentaristica  del Centro e delle sue filiali, o sezioni storiche sorte in seno alle Comunità degli Italiani di Pola, Fiume e Buie che si distingueranno particolarmente per aver dato vita a numerose iniziative nei territori di loro competenza, quali mostre, raccolta di materiali, conferenze, convegni, ecc.
La più importante operazione storiografica e editoriale di quei tempi (dicembre 1975) fu senza dubbio la pubblicazione della voluminosa opera Rossa una stella, di Giacomo Scotti e Luciano Giuricin, (quarto volume delle Monografie, tradotto in seguito anche in lingua croata), dedicata esclusivamente alla storia e alle gesta del battaglione italiano “Pino Budicin”, per la realizzazione della quale furono impegnati per diversi anni numerosi collaboratori e impiegati ingenti mezzi finanziari.
Il quel periodo il Centro si fece promotore, assieme ad altre istituzioni, dell’organizzazione di un convegno scientifico dedicato alla nobile figura di Giuseppina Martinuzzi, nel 50-esimo anniversario della morte, al quale diedero il loro valido contributo con apposite relazioni ed interventi Giacomo Scotti, Alessandro Damiani e Bruno Flego, saggi poi pubblicati nei  Quaderni.
Il settore nel quale il Centro si distinse particolarmente in questa prima fase che va fino al 1978, fu nel campo della storia generale del territorio regionale, che fruttò uno dietro l’altro ben otto volumi degli Atti, che rappresenteranno al meglio il Centro e la realtà storica, ambientale e demografica istriana, grazie soprattutto alla collaborazione con l’Università popolare di Trieste, che oltre ad accollarsi le spese finanziarie delle ricerche e della stampa, mise a disposizione sempre numerosi esperti e storici diventati poi costanti collaboratori. Sin dal primo inizio i fautori di questa importantissima collana si assunsero il difficile compito di fare chiarezza nell’ambito della storiografia “ufficiale” jugoslava, che aveva preso piede sin dall’immediato dopoguerra e si era posta al servizio dell’ideologia e della politica, per di più inquinata dal nazionalismo. Ad essere bistrattata era la fase veneziana della nostra storia, ridotta ad una lunga premessa del periodo fascista con gli Italiani nel ruolo di vessatori e snazionalizzatori della componente etnica slava. A dire il vero già in questo primo periodo incominciarono ad emergere anche note personalità storiche della maggioranza, che non condividevano questo modo di raccontare il passato, le quali mossero i primi timidi passi nella collaborazione con l’istituzione rovignese. Si tratta in particolare di studiosi del peso di Miroslav Bertoša e Vesna Jurkić-Girardi, coadiuvati in seguito anche da Branko Marušič, Lujo Margetić, Radmila Matejčić ed altri ancora, autori di importanti saggi archeologici e storico-giuridici dell’epoca romana, del periodo di mezzo e in particolare della dominazione veneziana, i quali poterono emergere ed imporsi all’attenzione internazionale con appropriati e impegnativi lavori pubblicati in lingua italiana negli Atti e, solamente più tardi, in altre edizioni nella stesura originale croata.

La nuova sede dono del Comune

            Il 10 novembre 1978 si verificò un importantissimo avvenimento che contribuì a rilanciare ulteriormente l’attività e il ruolo del Centro di ricerche storiche di Rovigno: l’inaugurazione ufficiale della nuova sede al numero 13 di Piazza Matteotti. L’imponente edificio, che era stata sede un tempo della Manifattura tabacchi e, poi, del Consorzio agrario ed aveva ospitato numerose istituzioni rovignesi, comprendente due piani e pianterreno per complessivi 500 metri quadrati, venne messo a disposizione del Centro dalla Municipalità di Rovigno, la quale assicurò nello stesso tempo un mutuo bancario per poter effettuare i primi lavori di ristrutturazione. Il resto lo fece l’Università popolare di Trieste, fornendo tutte le moderne attrezzature tecniche e gli arredi interni, per dare in seguito il via ai lavori di restauro anche del pianterreno, che sarebbero iniziati nel 1986 in collaborazione con il Comune rovignese.
Fino allora, a chiusura di questa prima fase, il Centro poteva vantare la pubblicazione di almeno una trentina di opere, presentate con adeguate cerimonie in quasi tutte le maggiori località della regione, compresi i reprint fotostatici dei giornali partigiani in lingua italiana: Il Nostro Giornale, La Nostra Lotta, La Voce del Popolo, nonché le prime edizioni della nuova Collana degli Atti relative alla ristampa della Storia documentata di Rovigno di Bernardo Benussi, della Storia di Fiume di Giovanni Kobler e del Vocabolario dignanese-italiano di Giovanni Andrea della Zonca.
Questa vasta e multiforme attività, completata dalla notevole partecipazione a numerosi convegni storici a Pisino, Fiume, Pola e anche all’estero, nonché dai continui legami di collaborazione con tutte le istituzioni scientifiche del ramo nella regione, non poterono più essere ignorate, sia dagli addetti ai lavori, sia in ambito politico. Da qui l’unanime riconoscimento espresso nei riguardi del Centro rovignese, che venne citato d’esempio e definito un  vero fenomeno in tutta la Croazia nel campo della storiografia, in quanto pur privo di mezzi finanziari e di professionisti, era riuscito a pubblicare un maggior numero di opere, anche di largo respiro, rispetto tutti gli altri numerosi istituti regionali del settore messi assieme.
Nel 1979 ebbe inizio una fertile collaborazione anche con il Centro per la storia del movimento operaio e della LPL dell’Istria, del Litorale croato e del Gorski kotar, con sede a Fiume, che fruttò ben tre opere bilingui elaborate e pubblicate in comune dalla collana Acta historica nova, relative alla storia e ai documenti del Partito comunista di Fiume-Sezione della III Internazionale, usciti nel 1981 e 1982, e ai Nostri combattenti di Spagna della regione istro-quarnerina, nonché la partecipazione a diversi convegni storici organizzati dai due enti a Fiume. La collaborazione in questo campo venne ulteriormente sviluppata anche con altre istituzioni della regione, delle Repubbliche di Croazia e di Slovenia e dell’estero. Tra queste da porre in risalto quella con il “Čakavski Sabor” per la coedizione delle numerose opere della collana Istria attraverso i secoli (60 titoli) e per i convegni storici “Pazinski Memorijal”, le Sezioni di Pola e di Fiume dell’Istituto di scienze storiche dell’Accademia jugoslava delle scienze e delle arti, gli Istituti di sociologia di Lubiana e della Storia del movimento operaio di Zagabria, il Museo regionale di Capodistria, la Fondazione Cini di Venezia, l’Istituto per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia, l’IRCI (Istituto regionale per la cultura istriana) di Trieste, la casa editrice istriana “Žakan Juri” di Pola ed altre ancora. Da sottolineare, a questo riguardo, che il Centro rovignese contava allora ben 500 abbonati alle proprie edizioni in Croazia, in Slovenia, in Italia e in altri paesi europei e persino dell’America, mentre altri 200 titoli venivano scambiati con istituzioni parallele delle due Repubbliche domiciliari e 180 con quelle italiane.

Dipendenti e collaboratori del Centro

            Con l’inizio della seconda fase di sviluppo dell’istituzione rovignese, molto più proficua grazie anche alle condizioni favorevoli fornite dalla nuova sede, dove poterono essere sfruttati al meglio tutte le attrezzature, gli impianti, le sale per le riunioni e i convegni, i numerosi uffici, gli archivi e l’ormai ricca biblioteca, venne affrontato pure il problema dell’ingaggio di preparati quadri professionisti, la maggior parte dei quali giovani laureati, “borsisti“ del Centro - alcuni dei quali già negli anni Settanta - nelle Università di Zara, di Lubiana e di Trieste. Primi ad aderire all’appello furono Marino Budicin, Antonio Miculian, Daniela Milotti, Silvana Turcinovich. Seguiti nel tempo da Silvano Zilli, Ornella Rossetto, Marisa Ferrara, Alessio Radossi (responsabile della rivista La Ricerca), Nives Lazarić, Orietta Moscarda, Ezio Giuricin, Fulvio Šuran, Nicolò Sponza, Egidio Ivetic, Massimo Radossi, ai quali si unirono in seguito Raul Marsetič, Leandro Budicin, Elvio Baccarini, Silvana Cerlon, Rino Cigui, William Klinger, Alessandra Argenti-Tremul, Elio Privileggio, Paola Delton e Diego Han. Non meno importante è risultato l’apporto di decine e decine di vecchi e nuovi collaboratori, tra i quali degni di menzione sono: Giacomo Scotti, Luciano Giuricin, Alessandro Damiani, Lucifero Martini, Mario Abram, Riccardo Giacuzzo, Arialdo Demartini, Egidio Milinovich, Bruno Flego, Antonio Pauletich, Anita Forlani, Claudio Radin, Antonio e Giovanni Pellizzer, Giorgio Privileggio, Domenico Cernecca, Tommaso Quarantotto, Ottavio Paoletich, Tullio Vorano, Lucio Lubiana, Ljubinka Karpowitz, Nelida Milani Kruljac, Ivan Matejčić, Franco Juri, Loredana Bogliun-Debeljuh, Ita Cherin, Romano Ugussi, Luciano Monica, Srdja Orbanić, Nataša Musizza-Orbanić, Rita Scotti-Jurić, Nikša Petrić, Libero Benussi, Egidio Budicin, Ante Šonje, Robert Matijašić, Giovanni Malusà, Darinko Munić, Mihael Sobolevski, Denis Visintin, Mladen Čulić-Dalbello, Jakov Jelinčić, Vesna Jurkić-Girardi, Lucia Ugussi, Iginio Moncalvo, Arduino Agnelli, Ita Cherin, Giulio Cervani, Giuseppe Rossi Sabatini, Miroslav Pahor, Gino Bandelli, Giancarlo Muciaccia, Marija Škiljan, Luciano Lago, Radmila Matejčić, Silvano Cavazza, Giancarlo Zanier  e altri ancora.
Anche in questa nuova fase di sviluppo, però, nonostante la situazione più tollerante subentrata nella società civile, le difficoltà e gli atti intimidatori non vennero a mancare. Prova ne siano le polemiche e le azioni giudiziarie rivolte nei confronti della tabella trilingue posta all’ingresso della sede del Centro, con l’aggravante della precedenza data al testo in lingua italiana (nella denuncia avanzata da ignoti all’Alta Corte di giustizia della Croazia si pretendeva che venisse abolita la dicitura slovena e di anteporre quella croata all’italiana). Più tardi, il Centro venne sottoposto ad un’ispezione da parte dell’Autodifesa nazionale federale, che sfociò in una denuncia penale e in una diffida politica al direttore.
Furono questi gli ultimi sussulti del vecchio regime. Con il suo crollo, fatti del genere non si verificarono più, anche se non mancarono le polemiche e le insinuazioni dei soliti malintenzionati. I problemi che ostacolarono successivamente le attività furono di tutt’altra natura, precipuamente finanziaria e, talvolta, di rapporto con talune istituzioni.

Il ruolo della rivista La Ricerca e il Progetto 11

            Gli anni Novanta possono essere considerati il periodo del grande rilancio del Centro di ricerche storiche, al quale contribuì in gran parte un’accresciuta collaborazione con l’Università popolare di Trieste, in virtù dei considerevoli aiuti prestati dal Governo italiano, sia per quanto concerne la fornitura e l’installazione di ogni sorta di impianti, di apparecchiature e di attrezzature moderni, rete informatica e sistema d’allarme e antincendio compresi, sia per l’ampliamento della sede con la sopraelevazione del terzo piano dell’edificio, indispensabili al fine di creare le condizioni più favorevoli per far progredire l’attività.
Nel settembre 1991, dopo un lungo periodo di gestazione uscì il primo numero del bollettino La Ricerca, rivista trimestrale (poi semestrale) del Centro rivolta all’informazione dell’attività e alla presentazione dei progetti dell’Ente, attraverso varie rubriche: saggi, documenti, interventi, notiziari, fotocronache, novità librarie, visite alla sede, incontri, segnalazioni editoriali con la presentazione delle opere pubblicate, partecipazione a vari convegni e seminari storici. Così, la rivista ha svolto un ruolo di inestimabile valore, non solo nel campo dell’informazione e dei contatti con i numerosi collaboratori esterni e con le varie istituzioni scientifiche del Paese e dell’estero, bensì anche nel campo dell’integrazione delle ricerche, la presentazione e l’approfondimento di quelle già svolte e dei progetti in corso.
La rivista (nei 66 numeri usciti sinora) ha pubblicato quasi 300 tra saggi originali, presentazioni e interventi inaugurando tutta una serie di collaborazioni con numerose decine di nuovi ricercatori, tanto da moltiplicare i contatti con svariate istituzioni scientifiche regionali, nazionali ed estere. Diverso, ma non troppo, il discorso per l’”Editoriale” all’interno di questo progetto da sempre concepito quale spazio di riflessione, dove presentare e valutare i mille tasselli del nostro complesso mosaico nazionale storicamente presente lungo la costa orientale dell’Adriatico.
Significativo è stato l’apporto dato da La Ricerca nella fattispecie per la conoscenza e l’interpretazione del noto Progetto 11, indirizzato ad intraprendere adeguati studi interdisciplinari e scientifici sulle problematiche della comunità nazionale italiana (politiche, giuridiche, sociali, economiche, antropologiche, culturali, linguistiche, letterarie, scolastiche e via dicendo). Il Progetto 11 venne elaborato nel marzo 1989 e avviato nel gennaio 1990, dopo un ampio dibattito svolto in un’apposita consultazione con esperti e collaboratori della comunità nazionale. Un importante stimolo al progetto venne dato anche dalla nuova “Sezione per le ricerche sociali”, creata nel 1985, che coinvolse non pochi studiosi e collaboratori di questo specifico settore, fino allora alquanto trascurato dal Centro e, in genere, da tutte le strutture della CNI. I primi saggi degli appassionati cultori di queste ricerche furono ospitati nei volumi IX (1989) e X dei Quaderni (1990-91), per essere poi pubblicati in un’apposita collana, denominata appunto Ricerche sociali che sino ad oggi ha prodotto ben 21 volumi, contenenti 95 lavori scientifici originali (di 51 autori) per un totale di oltre 2.700 pagine a stampa.
I primi risultati del Progetto 11 non si fecero attendere. Lo dimostra eloquentemente anche la nascita della nuova collana Etnia, che ha sfornato i suoi titoli dal 1990 in poi ed oggi conta 17 volumi, per un totale di 6.300 pagine a stampa.  Tra questi da citare La comunità italiana in Istria e a Fiume fra diglossia e bilinguismo (1990) di Nelida Milani Kruljac, i due volumi del compianto prof. Antonio Borme sulla Minoranza italiana in Istria e a Fiume, I censimenti dal 1850 al 1936 di Guerrino Perselli, L’identità etnica degli Italiani dell’area istro-quarnerina di Loredana Bogliun-Debeljuh, La cultura degli Italiani dell’Istria e di Fiume di Alessandro Damiani e, nel 2012,  Nascita di una minoranza di Gloria Nemec, in collaborazione con il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Trieste.

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            Non meno importanti, a questo riguardo, risultarono pure le ricerche e la pubblicazione di articoli e saggi sul Cominform, sull’esodo, sul dramma delle foibe e su altri “tabù“ ancora, che il Centro riuscì per primo ad imporre all’attenzione dell’opinione pubblica e scientifica ex jugoslava. Diede gran lustro all’Ente la pubblicazione di fondamentali opere, quali Descriptio Histriae (1981) e Le Tabulae di P. Coppo (1984) ambedue di Luciano Lago / Claudio Rossit, il Dizionario del dialetto di Valle (1986) di Domenico Cernecca, il Vocabolario del dialetto di Rovigno d’Istria (1992) di Antonio e Giovanni Pellizzer, Lo Statuto del Comune di Capodistria del 1423 con le aggiunte fino al 1668 (1993) di Lujo Margetić – edizione bilingue italiano-sloveno, in collaborazione con l’Archivio regionale di Capodistria, Le “Casite” (1994) di Luciano Lago, il Dizionario del dialetto di Capodistria (1995) di Giulio Manzin / Luciano Rocchi e Mondo popolare in Istria (1996) di Roberto Starec. Ed infine l’esperienza breve, ma particolare, della pubblicazione dei Cataloghi di fonti per la storia dell’Istria e di Fiume (1983-2002), che ancora si candida per nuovi traguardi.

L’operazione informatizzazione

            Dopo il completo restauro della nuova sede ebbe inizio l’importante fase di ammodernamento e informatizzazione del Centro. Data dal 1990 la messa in funzione della “Banca dati”, consultata quotidianamente tutt’oggi da decine e centinaia di studiosi e storici non solo delle aree interessate circonvicine d’Italia, Croazia e Slovenia, ma anche di altri paesi d’Europa e del mondo. Alla banca dati si è aggiunta, nel 1996, la rete informatica interna, composta attualmente da 26 terminal, 3 scanner, 2 server, 7 stampanti, ecc., con sito internet realizzato all’inizio grazie ad una convenzione a tre siglata con la Facoltà di scienze della formazione e l’Università popolare di Trieste, ospitato allora presso il server del capoluogo giuliano. Sito poi diventato esclusivamente del Centro con accesso internet inaugurato nell’ottobre 2000 e nuovo e-mail, dai quali si possono attingere ogni sorta di dati e di argomenti sulla storia dell’istituzione (anche in inglese), sulle pubblicazioni, nonché consultare la biblioteca con catalogo informatizzato, comprendente oltre 117.000 volumi, 1.700 testate di periodici e 700 di giornali dell’area giuliano-dalmata.
L’archivio del Centro, inoltre, comprende oggi ben 98.000 fascicoli (25.000 fogli relativi all’esodo); 2.600 carte geografiche (geo, militari, catastali, ecc.); 800 carte storiche, vedute e costumi nazionali sotto vetro, esposte negli spazi della sede; 2.000 documenti di biblioteca; 1.700 manifesti, calendari, disegni. L’archivio fotografico a sua volta è costituito da 40.000 oggetti distinti in positivi, (registrati in 200 raccoglitori), negativi, diapositive, pellicole da 16 mm, microfilm (oltre 30.000 fotogrammi), lastre fotografiche e almeno 800 videocassette e DVD, 350 CD. I faldoni d’archivio custodiscono documenti che si riferiscono principalmente alle molteplici attività della comunità nazionale [scuole, Comunità degli Italiani, UI(IF), istituzioni, manifestazioni varie, dal 1944 in poi], nonché ai principali avvenimenti inerenti il movimento operaio, quello antifascista e la Resistenza nella regione. L’intera operazione d’informatizzazione, iniziata nel 1988/89, si protrasse per ben quattro anni, indispensabili per l’inserimento dei dati grazie all’impiego di una decina di operatori-studenti, tenendo conto pure della difficoltà rappresentata dall’eterogeneità delle schede bibliografiche eseguite in 25 anni di attività, alcune delle quali compilate addirittura a mano.
A metà degli anni Novanta il Centro si fece promotore di numerose altre iniziative e realizzazioni che hanno contribuito alla sua affermazione anche in campo internazionale. Tra queste da segnalare in primo luogo l’ottenimento, nel 1995, dello status di “Biblioteca depositaria del Consiglio d’Europa”, specializzata in diritti umani, tutela delle minoranze e protezione dell’ambiente. Detta biblioteca dispone di un fondo librario di circa 3.000 titoli, tra volumi, riviste, opuscoli, relativi principalmente agli atti ufficiali emanati dal Parlamento europeo e dalle sue Commissioni, ai trattati internazionali, alle convenzioni, agli accordi, ecc. L’importanza dell’atto è notevole perché si tratta dell’unico riconoscimento del genere concesso dall’Europa unita ad una istituzione dell’ex area jugoslava, come lo conferma la speciale targa compilata in cinque lingue con i simboli europei posta da allora all’entrata dell’edificio.

Il 30 -esimo anniversario del Centro

            L’avvenimento di maggior richiamo di questo periodo, che calamitò l’interesse del pubblico e degli addetti ai lavori, furono senza dubbio le iniziative per le celebrazioni del 30-esimo anniversario della fondazione dell’Istituto. Per l’occasione fu allestita una mostra a Fiume nel gennaio 1999 (ma già nel 1988 una prima anche a Capodistria), con l’esposizione di tutte le pubblicazioni, di documenti, di foto e altro materiale relativi alle tappe più significative trascorse nei sei lustri di attività. La cerimonia ufficiale ebbe luogo il 6 novembre 1999, alla presenza di illustri ospiti e autorita regionali, delle Repubbliche di Croazia, di Slovenia e d’Italia, durante la quale venne inaugurato il terzo piano dell’edificio sede del Centro, costruito con l’apporto del Governo italiano e del Comune di Rovigno, in virtù del quale l’area utile disponibile venne portata a oltre 750 metri quadri.
In questa circostanza furono consegnati ben 130 tra targhe al merito e d’onore, riconoscimenti speciali, una medaglia celebrativa e diplomi di benemerenza a singoli e istituzioni; di notevole rilevanza furono pure i riconoscimenti assegnati dalla città ospitante il Centro, il quale ottenne la “Targa città di Rovigno”, mentre il suo direttore conseguì il “Premio città di Rovigno” per il 1998, in virtù del loro contributo dato al prestigio della città in campo nazionale e internazionale.
Un altro importante riconoscimento, annunciato in questa circostanza da parte del rappresentante ufficiale dell’Archivio di Stato di Venezia, fu la scelta del Centro rovignese quale collaboratore per la realizzazione del progetto “Medarcer”; un’iniziativa attuata con i mezzi messi a disposizione dalla Comunità europea nell’ambito del programma “Raffaello”, dedicato all’informazione, alla comunicazione e alla cultura. Il progetto dell’Archivio di Venezia era rivolto alla raccolta, alla schedatura sistematica, all’archiviazione in video-disco e all’interscambio delle documentazioni storico-cartografiche delle fortificazioni costiere e delle strutture portuali antiche di origine e di matrice veneziana nell’Adriatico e nel Mediterraneo, ciò che ha posto il Centro nel novero degli interlocutori dell’Archivio di Stato di Venezia per le ricerche da effettuare in questo campo nei territori ex veneti della costa orientale adriatica, come lo dimostra il primo contributo realizzato dall’ente rovignese con l’opera Aspetti storico-urbani dell’Istria veneta a cura di Marino Budicin, presentata durante la citata cerimonia ufficiale assieme al volume L’Istria moderna di Egidio Ivetic e al numero speciale (nro 23-24) della rivista La Ricerca, dedicato al Trentennale dell’Ente.
Il Centro, specie da quando si è insediato nella ristrutturata sede, è meta continua di visite di note personalità, studiosi, storici, studenti e comitive del Paese e dell’estero. Generalmente si tratta di incontri rivolti allo scambio di relazioni e di rapporti reciproci, ma anche di visite di riguardo da parte di esponenti di spicco della vita politica e scientifica, come quelle effettuate dai presidenti del Parlamento e del Senato italiani Nilde Jotti nel 1981 e Giovanni Spadolini nel 1993, e dal vicepresidente della Camera Carlo Giovanardi. Non meno importanti furono le visite compiute da parte di alti funzionari del Ministero degli esteri italiano, quali: i sottosegretari Piero Fassino, Franco Danieli, Patrizia Toja e Michelangelo Jacobucci; quelle degli ambasciatori italiani Alessandro Tassoni Estense di Castelvecchio (divenuto ammiratore del Centro e assiduo lettore delle sue edizioni), Pietro Ercole Ago, Sergio Romano, Paolo Pensa, Francesco Olivieri, Fabio Pigliapoco, Alessandro Grafini, Alessandro Pignatti Morano, Emanuela d’Alessandro nonché di plenipotenziari di altri paesi, come, ad esempio, le visite dell’ambasciatore americano Petar Galbraith e dell’emissario speciale della Commissione europea Per Vinther. Senza contare gli incontri avuti con i consoli generali d’Italia a Fiume e i numerosi rappresentanti dei governi croato e sloveno e delle regioni istriana, fiumana,  Friuli Venezia Giulia e Veneto.
In media sono registrati le visite e gli incontri di almeno 500 ricercatori e di circa 700 studenti ogni anno; da tenere presente che finora oltre un centinaio di studenti e laureati di varie sedi universitarie hanno potuto realizzare le loro tesi di laurea o di dottorato, dedicate a specifici argomenti istriani, fiumani e dalmati, usufruendo della biblioteca, dell’archivio, dei documenti e dell’aiuto diretto dei ricercatori del Centro.

La visita di Mesić e Ciampi

            L’avvenimento di maggior lustro a questo riguardo è stato senz’altro la visita congiunta dei presidenti delle Repubbliche di Croazia e d’Italia Stjepan Mesić e Carlo Azeglio Ciampi, svoltasi il 10 ottobre 2001. La cerimonia, avvenuta nell’aula magna del Centro, è risultata densa di significati, con la solenne promessa dell’illustre ospite italiano di contribuire a sostenere ulteriormente la prestigiosa istituzione rovignese nei suoi sforzi protesi a salvaguardare il patrimonio culturale, storico e linguistico italiano di queste terre e per collegare ancora più strettamente la realtà intellettuale della comunità italiana al più alto contesto della vita culturale della Patria d’origine.

Negli anni immediatamente successivi, seguì un momento di ritardata assegnazione dei mezzi finanziari anche al Centro, ciò che ha influito non poco a rallentare l’attività dell’Istituto, sia nel campo della ricerca, sia in quello editoriale, ma soprattutto nella realizzazione dell’ulteriore allargamento della sede con la ristrutturazione prevista dell’attigua casa ‘Albertini I’ (2003; nel 2009 l’annesso ‘Albertini II’), realizzata con qualche ritardo e che, ad opera completata, ha accresciuto l’area disponibile della sede di altri 150 metri quadri, riservati per ospitare nuovi contenuti bibliotecari, di ricerca e di archivio, mentre furono ristrutturati sia con i mezzi UI-UPT, sia con il concorso della Città di Rovigno, nelle prossimità della sede, anche i tre depositi delle edizioni del Centro. In tale contesto si erano prospettati pure i progetti di realizzazione di due librerie a Pola e a Rovigno, predisposte per la vendita delle pubblicazione del Centro, dell’EDIT e di altre case editrici croate e italiane, ma la cosa non ebbe seguito.
Malgrado la riduzione dei programmi editoriali per cui alcuni progetti hanno dovuto subire dei ritardi nella pubblicazione, nel periodo dal 2000 al 2005 il Centro riuscì a stampare e divulgare oltre una ventina di pubblicazioni, alcune delle quali di notevole interesse e spessore come: la ristampa dei due volumi La Dalmazia nell’arte italiana di Alessandro Dudan (in collaborazione con la Società dalmata di storia patria di Venezia), La comunità nazionale italiana nei censimenti jugoslavi 1945-1991 e  Il Dramma Italiano dal 1946 al 2003 (nella collana Etnia), Fiori e piante dell’Istria di Claudio Pericin e Olympia Giuliano-Dalmata di Alberto Zanetti Lorenzetti, sulla storia dello sport in Istria, a Fiume e nella Dalmazia, Monumenta heraldica iustinopolitana di Giovanni Radossi, Porte e mura delle città, terre e castella della Carsia e dell’Istria di Luigi Foscan, Inni e canti delle genti dell’Istria, Fiume e Dalmazia di Antonio Pauletich, la ristampa dell’opera di Bernardo Benussi Nel Medioevo. Pagine di storia istriana in due volumi e I bombardamenti alleati su Pola 1944-1945 (collana delle Monografie) di Raul Marsetič, tutti in elegante veste tipografica. Tra queste vanno ovviamente citati pure i volumi degli Atti, dei Quaderni, senza contare le Ricerche sociali e una lunga serie di fascicoli della rivista La Ricerca. In questo periodo sono state realizzate pure diverse pubblicazioni in collaborazione con altri editori quali il CIPO, la “Žakan Juri” di Pola, l’IRCI di Trieste ed altre ancora con le organizzazioni degli esuli.

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            Il Centro e le sue Redazioni, con l’esperienza dei primi numeri e dei primi giudizi critici, hanno saputo adeguarsi anche a sempre nuove esigenze storiografiche, abbandonando via via l’approccio “classico” nella trattazione storica, ricorrendo ad un nuovo “modo di fare storia” che ha accantonato i vecchi modelli. La storia politica ha lasciato sempre più spazio alla storia sociale, alle analisi economiche della società, anche degli strati marginali, ai movimenti demografici, alla cultura ed alla mentalità popolare, allo studio dell’ambiente naturale e sociale, e si è cercato infine di far interagire nella narrazione e nell’approccio storico le direttrici peculiari e diverse delle componenti italiana, croata e slovena, ma anche dei due specifici ambienti istriani, quello “rurale” e quello “cittadino”. Ne è risultata così, volutamente fin dall’inizio, un’impostazione multidisciplinare che ha consentito la compresenza sia di autori di differente provenienza metodologica e scientifica, sia di saggi  che presentano più piani e più dimensioni contenutistiche.
Questo impegnativo ritmo di studio e di attività editoriale, assieme al sostegno materiale da parte degli Stati domiciliari e, soprattutto, della Nazione madre, hanno determinato una rinnovata vitalità e una ricca produzione di opere a stampa in tutti i segmenti della ricerca, talvolta anche dopo lunghi tempi di elaborazione: il grosso trattato Istria Pittorica. Dipinti dal XV al XVIII secolo di Višnja Bralić e Nina Kudiš Burić (e la partecipazione di Giorgio Fossaluzza – Collana degli Atti, 2005) – uscito anche in edizione croata - messo in cantiere con la collaborazione degli Istituti di storia dell’arte di Fiume, di Zagabria, di Lubiana e dei Musei istriani; La toponomastica di Rovigno d’Istria (2008) di Giovanni Radossi; la voluminosa e impegnativa opera La comunità nazionale italiana 1944-2006, di Ezio e Luciano Giuricin (nella collana Etnia, 2008), con particolare riferimento all’Unione Italiana e alle sue istituzioni; la non meno importante opera sulle testimoniane relative al Cominform – La memoria di Goli otok di Luciano Giuricin e La questione di Fiume nel diritto internazionale di Silverio Annibale (ambedue nella collana Monografie, 2007 e 2011); i vocabolari delle parlate istriote e istro-venete di Gallesano (2003), Buie d’Istria (2008) e Pola (2009), nonché il grande progetto / volume realizzato nel 2006 per le scuole L’Istria nel tempo, attuato in collaborazione con TV Capodistria (con un DVD in quattro lingue), distribuito in ben 8.000 esemplari (alle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado della CNI e a tutti i loro iscritti, come pure a tutti gli enti, associazioni, società, anche nelle versioni croata e slovena).

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            Durante questa lunga esperienza di lavoro, ma nella fattispecie nell’ultimo periodo, nelle pagine degli Atti e della Collana degli Atti (compresa l’Extra serie) ha trovato spazio la produzione storiografica dei settori che fin dall’inizio hanno rappresentato i principali campi di ricerca del Centro, ovvero la storia, l’archeologia, l’arte, la storia del diritto, dell’economia, l’etnografia, la dialettologia istriota e veneta, la linguistica, e la cultura dell’ Istria, di Fiume, del Quarnero, della Dalmazia e delle regioni contermini, a partire dalla preistoria fino all’età contemporanea; vi si sono aggiunte, di volume in volume, numerose altre discipline, contenuti e materie storiche ausiliari.
Tra i risvolti di questo ampio ed eterogeneo panorama contenutistico si possono scorgere chiaramente alcuni degli indirizzi metodologici e storiografici che confermano l’importanza  del nostro contributo storiografico e la specificità del nostro ruolo sia nell’ambito della comunità nazionale italiana sia nell’ampio contesto storico-sociale e politico-culturale altoadriatico, area di particolare interesse e di contatto tra Croazia, Slovenia e Italia.
Certamente una prima connotazione che si può riconoscere negli Atti e nella loro Collana è quella di aver avuto sempre la caratteristica di riviste di frontiera con un ampio orizzonte adriatico, di essere state una finestra sempre aperta per dialogare con gli “altri”, per confrontarsi con le storiografie croata e slovena, ma anche con quella della Nazione madre. Sotto questo profilo molti storici croati e sloveni, attraverso le pagine degli Atti e della Collana degli Atti, hanno fatto conoscere i loro studi e le loro problematiche storiografiche ad un ampio pubblico italiano ed europeo e, viceversa,  i risultati storiografici italiani  hanno arricchito le conoscenze delle cerchie croata e slovena. Sotto questo aspetto le due serie – ma anche le altre pubblicazioni del Centro -  sono state e lo sono tutt’oggi un luogo d’incontro di tradizioni intellettuali diverse, ma non necessariamente contrastanti e conflittuali.
In particolare gli Atti sono riusciti a mantenere le caratteristiche di periodico a numerazione progressiva e di pubblicazione esplicitamente annuale, con lo stesso titolo e lo stesso formato, migliorando di volume in volume la sua veste tecnico-grafica (con l’inserimento dei sommari in lingua croata e slovena, degli abstract  e delle parole chiave /key words dei singoli saggi; vi è stata inserita pure la notazione della Classificazione Decimale Universale ed il codice numerico internazionale delle pubblicazioni in serie, ovviamente anche per tutte le altre riviste).
Gli Atti e la loro Collana sono stati un luogo importante di incontro non solo tra storici (e autori di altri profili) di diversa provenienza scientifica, ma soprattutto tra studiosi di due generazioni che in questo ultimo cinquantennio hanno scritto la storia dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Questa importante prerogativa ha garantito l’apparizione, la crescita e l’affermazione di giovani storici e studiosi della comunità nazionale italiana, ovvero l’esistenza e l’attività stesse del Centro. Il consuntivo numerico complessivo della rivista è quanto mai lusinghiero e di tutto riguardo: nelle quasi 25.000 pagine dei quarantaquattro volumi degli Atti sono stati pubblicati 620 articoli di oltre 150 autori.
Nei 48 volumi della Collana (compresa l’Extra serie), invece, sono presenti 44 autori con quasi 28.000 pagine edite complessivamente, che comprendono titoli tra i più prestigiosi pubblicati dal Centro negli ultimi anni: Così Rovigno canta e prega a Dio (2011) di David Di Paoli Paulovich, Pietra su Pietra L’architettura tradizionale in Istria (2012) del compianto Roberto Starec, Il Cimitero civico di Monte Ghiro a Pola 1846-1947 (2013) di Raul Marsetič, I conti di Gorizia e l’Istria (2013) di Peter Štih, Lachi e lacuzzi dell’Albonese e della Valle d’Arsa (2014) di Claudio Pericin, Il carteggio Kandler-Luciani (2014) di Giovanni Radossi,per concludere la rassegna con due dei nostri capolavori scientifico-editoriali Adriatico orientale. Atlante storico di un litorale mediterraneo (2014) di Egidio Ivetic e gli Scritti sulla Dalmazia di Giuseppe Praga(2014 – in 3 tomi per 2.100 pagine, a cura di E. Ivetic), definito “monumento nazionale della civiltà italiana” e pubblicato congiuntamente con la Società Dalmata di Storia Patria di Venezia.
Inoltre va rimarcato che nel corso del biennio 2015-16 l’Istituto rovignese ha licenziato accanto le Collane seriali ATTI (vv. XLV e XLVI), QUADERNI (vv. XXVI e XXVII), RICERCHE SOCIALI (Nn. 22 e 23) e LA RICERCA (Nn. 67, 68, 69 e 70), ulteriori importanti opere che arricchiscono notevolmente la storiografia del territorio: il Vocabolario del dialetto di Valle d’Istria (2015) di Sandro Cergna, Francesco Drenig. Contatti culturali italo-croati a Fiume dal 1900 al 1950 (2015) di Ervin Dubrović, L’Istria nei mie ricordi (2015) di Antonio Mirković, Mezzo secolo di collaborazione (1964-2014) (2015) di Ezio e Luciano Giuricin, I giorni a Wagna (1915-1918) / Dani u Wagni (1915.-1918.) (2016) di Josip Vretenar e David Orlović, Il “potere popolare” in Istria (1945-1953) (2016) di Orietta Moscarda Oblak e Affreschi medievali in Istria (2016) di Enrica Cozzi.

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La storia contemporanea ha costituito per il Centro, in particolare nell’ultimo decennio, uno dei più vivaci segmenti della ricerca, rappresentando esso il punto di rottura ma anche di aggancio al futuro nelle vicende politico-territoriali e demografico-nazionali che hanno interessato il territorio del nostro insediamento storico, producendo alla fin fine proprio la comparsa di una minoritaria comunità italiana, violentemente strappata alla sua secolare matrice culturale e linguistica. Questi sono stati, infatti, gli argomenti affrontati dalla rivista i Quaderni incentrata sullo studio e sull’approfondimento di tematiche, fatti, eventi, personaggi che hanno segnato la storia dell’800 e del ‘900 nel territorio istro-fiumano e dalmata.
Nel panorama delle pubblicazioni del Centro di ricerche storiche, i Quaderni si sono distinti per alcune scelte culturali di fondo che ne hanno determinato il buon risultato fin dalla nascita, nel 1971. In primo luogo, il rifiuto di ogni impostazione ideologica: questo si è manifestato nel rigore della ricerca, nel confronto con le tematiche e le metodologie della storiografia italiana, slovena e croata e nel rifiuto di quell’uso politico della storia che nel passato e nel nostro tempo, invadeva tanto i mass media quanto gli storici di professione, contribuendo alla formazione di stereotipi e pregiudizi nazionali.
Un altro elemento caratterizzante è stato la copresenza di studiosi croati, sloveni, italiani afferenti a Università, Istituti storici e di ricerca delle tre realtà, che si occupavano della storia del nostro territorio, nel rispetto dei canoni di obiettività, di autenticità e di necessaria documentazione che caratterizzano il lavoro di ricerca storico-scientifica.
In questi anni, la rivista, oltre ad avvalersi di collaborazioni autorevoli (di storici italiani come Elio Apih, Giorgio Negrelli, Raoul Pupo, di storici sloveni come Milica Kacin Wohinc e Jože Pirjevec, di storici croati come Ljubinka Toševa Karpowicz e Drago Roksandić per citarne alcune), è stata capace di rivolgersi, con articoli di diverso peso e leggibilità, agli studiosi e al più vasto pubblico dei cultori di storia regionale.
I temi che fino agli anni Novanta hanno costituito il filo conduttore della rivista, sono stati legati alla storia del movimento operaio istriano, all’antifascismo e alla Lotta popolare di liberazione in Istria e a Fiume nella prospettiva di comprendere e di chiarire il ruolo della componente italiana nella storia più generale dell’Istria e di Fiume in età contemporanea.
All’inizio degli anni Novanta, i risultati di nuove ricerche d’archivio e raccolte di testimonianze - avviate in seno alla CNI in seguito ai cambiamenti determinati dal crollo del “sistema comunista” e dal ripensamento e dall’approfondimento di tematiche che prima erano considerate tabù (foibe, esodo, Goli Otok, ecc.) – trovarono appunto nella rivista Quaderni una sede autorevole per la loro pubblicazione.
Dalla seconda metà degli anni Novanta, inoltre, iniziarono ad operare in seno al Centro di ricerche storiche o a collaborare alla rivista del nostro Istituto giovani ricercatori, rappresentanti di una nuova generazione di intellettuali del gruppo nazionale italiano, che si era formata nelle università italiane (lo scomparso William Klinger, Stefano Lusa, Raul Marsetič, Orietta Moscarda Oblak, Alessio Radossi, Massimo Radossi, Deborah Rogoznica, Tiziano Sošić), e che contribuirono a portar nuova linfa alla ricerca e alle tematiche storiografiche contemporanee. Inoltre, numerose sono le collaborazioni con ricercatori italiani dell’Università di Firenze, Trieste, Udine, Milano, Modena, Ferrara, Napoli ed altri.
Le tematiche e i problemi affrontati da quegli anni in poi, hanno spaziato dall’analisi dei complessi aspetti relativi alla disgregazione dello stato jugoslavo, ai controversi aspetti politici e economici della storia dell’Istria e di Fiume in età contemporanea, a ricerche relative all’irredentismo, allo Stato Libero di Fiume, alla storia della comunità nazionale italiana, a riflessioni e raccolta di memorie legate alla resistenza e al secondo dopoguerra, a saggi sulla storia dell’arte moderna, della musica, alla compilazione di bibliografie e alla stesura di biografie di personaggi poco noti, ma che hanno dato un valido contributo storico-culturale all’Istria, a Fiume e alla Dalmazia. In particolare, uno dei temi centrali e l’arco temporale al quale è stata dedicata maggiore attenzione in questi ultimi anni, è stato il periodo immediatamente successivo al 1945, ossia il secondo dopoguerra. I temi a cui gli studiosi hanno rivolto il loro interesse di studio sono state le tappe, le logiche, le motivazioni dell’esodo e la costruzione del potere popolare.
Complessivamente, dal 1971 al 2014, sono stati pubblicati 25 volumi dei Quaderni, ben 270 articoli di 123 autori, per un totale di cca 10.000 pagine. I testi sono tutti in lingua italiana, accompagnati da un ricco apparato iconografico e documentario; un saggio, invece, è stato pubblicato in lingua inglese nell’XI volume (1997). Gli articoli sono seguiti dai riassunti in lingua croata e slovena, con lo scopo di far conoscere agli studiosi dei due ambienti linguistici regionali le tematiche e i dati bibliografici analizzati nei testi. Dal volume XIX (2008) sono state introdotte le parole chiave (key words), mentre dal XXI (2010) gli abstract in lingua inglese.


Le notevoli esperienze del passato, la professionalità dei dipendenti (oltre una quindicina) e dei numerosi collaboratori esterni (una settantina), da quelli vecchi sempre sulla breccia ai più giovani che a mano a mano vengono a sostituirli, ma soprattutto la grande notorietà del Centro fattosi strada con le sue opere e la sua attività in tutto il mondo scientifico, costituiscono una solida garanzia anche per il futuro.

 

Ultimo agg.to 04.2017